Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangel
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangel

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Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

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[Sab 7] Commento: Gli si gettò al collo e lo baciò.

Oggi quasi anticipando la gioia di Pasqua, il Signore Gesù ci svela con la parabola più bella e più amata del Vangelo il Padre misericordioso e il figlio che ritorna, l’irrefrenabile misericordia e l’amore incessante che nutre per ciascuno di noi, la sua paziente e trepida attesa, il suo sguardo che arriva lontano, fino al pascolo dei porci, e diventa potente attrazione che richiama e converte: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Poi, dopo la recuperata figliolanza, segue la gioiosa celebrazione conviviale, che segna il pieno reinserimento nella casa paterna: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. I momenti oscuri vengono così cancellati, a cominciare dal triste: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Viene redento il peccato antico e sempre attuale, quello di reclamare una libertà piena e incondizionata, di uscire dalla casa paterna, dall’abbraccio del suo amore, nella facile illusione di poter sperimentare l’ebbrezza di una supremazia che annulla ogni dipendenza. Ci ricorda il momento fatale in cui i nostri progenitori hanno teso la mano per prendere e mangiare il frutto dell’albero proibito. Oggi, come allora, il Signore, buon Pastore, si mette alla ricerca della pecora smarrita ovunque e comunque essa si sia persa. La certezza di non restare mai soli, di essere anzi cercati, fa nascere la speranza e il ripensamento come primo moto verso la conversione: «Io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». La consapevolezza di aver sperperato malamente i doni preziosi fa sperare di poter essere accolto soltanto come uno dei salariati. Il Signore però non ci vuole come salariati: in forza dello Spirito non siamo più schiavi, ma figli, e se siamo figli siamo anche eredi. Così vuole Dio. Che meraviglia! Dopo il peccato siamo stati accolti, baciati, rivestiti, nutriti e festeggiati: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove», e ancor più: «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Abbiamo iniziato la Quaresima con un invito: «Convertitevi e credete al Vangelo», ora sappiamo la via alla conversione, resa più facile se confidiamo nella divina misericordia. Facciamo un proposito: Mi alzerò…
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[Ven 6] Commento: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!

Giuseppe, figlio amato e prediletto dal padre, è odiato e venduto dai fratelli, ma sarà proprio lui lo strumento della Provvidenza per il suo popolo; il Signore Gesù, il Figlio eletto nel quale il Padre ha posto il suo compiacimento, il Messia promesso e atteso, viene rifiutato e condannato dai suoi, dai figli d’Israele: ed è lui il Salvatore del mondo. Uno degli effetti più gravi del peccato è una forma di cecità spirituale, un indurimento del cuore, e tutto questo è ancora causato da quel maledetto orgoglio. Ne sono vittime i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo: con divina pazienza Gesù cerca di illuminare il buio delle loro coscienze raccontando, in una parabola, i punti oscuri della storia d’Israele. Mette anzitutto in primo piano la predilezione divina verso il popolo eletto, che paragona a una vigna curata con amore: la circonda con una siepe, vi scava una buca per il torchio e costruisce una torre. Sono i presupposti che avrebbero dovuto garantire sicurezza e protezione da influssi esterni e mantenere la fedeltà al Signore, perché un’apertura smisurata può diventare pericolo e consentire l’invasione di lupi rapaci. Questa vigna la diede in affitto a dei contadini: un affitto che indica un dono da far crescere e fruttificare nel tempo; altrove Gesù parla infatti degli invitati a lavorare nella sua vigna. La grande e amara delusione giunge quando arriva il tempo di raccogliere i frutti e il padrone manda i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto: è il tempo che stanno vivendo con la venuta del Messia, con la presenza di Cristo Gesù. I contadini fanno violenza ai servi e li uccidono; manda di nuovo altri servi, altri messaggeri, altri profeti più numerosi dei primi, ma li trattano allo stesso modo. Da ultimo, nella pienezza del tempo, il buon Dio manda loro il proprio Figlio, sperando: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma «lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero». Gesù così preannuncia l’assurda condanna e la sua morte. Ripetiamo con fede la colletta di oggi: «O Dio, che per mezzo dei sacramenti ci rendi partecipi del tuo mistero di gloria, guidaci attraverso le esperienze della vita, perché possiamo giungere alla splendida luce in cui è la tua dimora».
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[Gio 5] Commento: C'era un uomo ricco...

Ce ne sono, e ce ne sono stati tanti, di uomini ricchi: ricchi di denaro e di ogni bene, ricchi di potere, ma estremamente poveri di amore e di altruismo. Dei ricchi Gesù dice: «È più facile per un cammello passare dalla cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli». E altrove: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?». La ricchezza, con il suo luccichio, spesso abbaglia e inganna, perché non dà ciò che promette e distoglie dai veri valori. «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile». Al ricco del Vangelo è attribuito il titolo di epulone: vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno banchettava lautamente. Verrebbe da dire: è tutta qui la ricchezza? A evidenziare la povertà del ricco e a mostrare la vera ricchezza ci pensa Lazzaro: un mendicante che giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con ciò che cadeva dalla mensa del ricco. Nessuna attenzione per lui; anzi, è da supporre che quella presenza arrecasse persino fastidio. Nell’aldilà la scena cambia totalmente: il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, annoverato nella schiera degli eletti. Anche il ricco morì e precipitò nell’inferno tra i tormenti; alzò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Ed ecco il grido tardivo e disperato: «Padre Abramo, abbi pietà di me!». Solo allora sperimenta la nullità e l’inganno della sua falsa ricchezza e la vera ricchezza di cui gode Lazzaro. Ai lauti banchetti subentra l’arsura di una sete inestinguibile. Vorrebbe che il povero, ignorato in vita, andasse per lui a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnargli la lingua, per attenuare la tortura di quella fiamma inestinguibile. Così è l’inferno: il rimpianto eterno e sconsolato per il bene perduto e il tormento per un amore non donato e rinnegato. Dio ci scampi e ci liberi.
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[Mer 4] Commento: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».

Un lebbroso osa accostarsi a Gesù: i lebbrosi erano considerati impuri e contagiosi e, per questo, venivano emarginati e dovevano restare lontani dalla comunità. Egli lo vede, gli si getta dinanzi e prega: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». È una preghiera semplice ed essenziale, che esprime fede, rispetto e fiducia. Gesù mette in atto quanto aveva più volte affermato: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». L’evangelista infatti dice: Gesù ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. È significativo, e merita attenzione, ciò che accade dopo l’implorazione del lebbroso: Gesù si muove a compassione, condivide amorevolmente il suo male, tende la mano e lo tocca - non avrebbe dovuto farlo secondo le prescrizioni della legge - e poi pronuncia la parola potente che sana e purifica. Il divino Redentore vuole dirci che non si ritrae davanti al nostro male, neppure quando incancrenisce e diventa purulento; anzi, si muove a compassione e, se siamo pentiti e supplici, è sempre pronto a farci sentire la sua vicinanza e il suo sollecito soccorso. Egli ci tende la mano, ci tocca e ci assolve dal nostro male: va’, sei purificato. Ti manca soltanto la conferma della Chiesa: mostrarti al sacerdote che ti assolve poi rendi grazie per il dono e per la Grazia che hai ricevuto. Il peccato è stato lavato nel sangue di Cristo.
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[Mar 3] Commento: Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo.

È inevitabile che avvengano scandali, perché il male esiste, si diffonde, si ostenta, si propone e talvolta dilaga; satana poi aggiunge il resto. Le difese sono deboli e poco si lotta per allontanarlo. Gesù vuole farci comprendere tutta la gravità del peccato dello scandalo e i tristi e perniciosi danni che produce. E aggiunge un’aggravante: se lo scandalo va a infangare la purezza degli innocenti, anche di uno solo di questi piccoli che credono e vivono la fede nella bellezza e nel candore di Dio, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare. Non deve sorprenderci questa inusitata severità da parte del Signore: spesso lo scandalo, con il disprezzo delle cose belle e sante di Dio, diventa un vero e proprio sacrilegio. Dobbiamo poi, con consapevolezza e dovuta umiltà, riflettere sugli scandali che intaccano i valori primari e la missione stessa della Chiesa attraverso i comportamenti indegni dei suoi ministri: Gesù infatti si rivolge alla folla, ma anche ai suoi discepoli, quelli del suo tempo e ora a noi. Sulla cattedra di Mosè, ai primi posti a guida della Chiesa, siedono santi e peccatori. Gesù avverte: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma il vostro agire segua solo il loro buon esempio, seguiteli nel bene perché può succedere che dicano e non facciano». Altro motivo di grave scandalo dei falsi pastori potrebbe essere questo: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente»; cercano, ottengono e si compiacciono dei posti d’onore, dei primi seggi, di titoli altisonanti, ma portano se stessi e non Cristo. Tuttavia inveire, accanirsi e condannare i traditori e gli autori di scandali può essere doveroso per la Madre Chiesa, purché non dimentichi che la sua prima missione è soccorrere e aiutare a guarire i suoi figli malati: lo scandalo, come qualsiasi peccato, da chiunque sia commesso, non autorizza nessuno a infliggere condanne definitive. Questo spetta soltanto all’Onnipotente Signore, giusto giudice e Padre di misericordia a noi la carità specie verso chi ha bisogno del medico.
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[Lun 2] Commento: Siate misericordiosi.

L’opera meravigliosa, la più importante e decisiva della nostra storia, è la redenzione: il riscatto gratuito dal nostro peccato, la manifestazione in Cristo della sua infinita misericordia. Ne consegue che noi, così resi liberi dal male, riportati alla nostra primitiva bellezza e resi tutti fratelli in Cristo, dobbiamo amare il nostro prossimo. Gesù ha proclamato: «Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». E, per ricordarci la totalità dell’amore che ci ha donato, afferma: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Oggi ci esorta: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi in cambio». Ci vuole dire che siamo noi, con i nostri comportamenti, a stabilire la misura delle grazie che ci vengono generosamente indirizzate dal Cielo. Un cuore chiuso al perdono, incapace di misericordia e che nega amore al prossimo, diventa, per sua stessa colpa, inabile all’Amore di Dio e pone un ostacolo quasi insuperabile: in quel cuore non c’è spazio per la grazia divina e, ahimè, neppure per quella umana. È una triste autocondanna alla peggiore aridità spirituale. Donaci, Signore, di avere sempre in noi la forza di osservare i comandamenti del tuo amore.
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[Dom 1] Commento: «Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo».

Gesù aveva più volte preannunciato ai suoi la sua prossima dipartita: «Il Figlio dell’uomo - disse - deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno». Gli Apostoli non comprendono: la notizia è troppo lontana dai loro pensieri e dalle loro attese. Gesù viene incontro alla loro debolezza: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte». Là, in disparte, davanti a tre testimoni - Mosè ed Elia - fu trasfigurato: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. I tre testimoni ebbero il privilegio di contemplare questa meravigliosa trasfigurazione e di udire una voce inconfondibile: quel Gesù che aveva turbato i suoi discepoli parlando di morte, sul Tabor mostra un lembo della sua gloria, e il Padre celeste proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!». Ora non possono più dubitare: Gesù, condannato a morte, è il Figlio di Dio; il Padre ha posto in lui il suo compiacimento perché sta adempiendo l’opera affidatagli, e come egli stesso aveva annunciato agli apostoli, quindi «ascoltatelo». «Alzatevi e non temete» dice loro Gesù, aggiungendo: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». La trasfigurazione brillerà in pienezza e per tutti quando anche noi, risorti con lui, potremo gioire la nostra Pasqua.
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[Sab 28] Commento: Voi, dunque, siate perfetti.

Il Signore Dio, nel Deuteronomio detta le sue leggi e comanda di metterle in pratica, esortando in prima persona: «Osservale con tutto il cuore e con tutta l’anima». Il Signore sarà Dio per te, ma solo se camminerai nelle sue vie, osserverai le sue leggi, i suoi comandi e ascolterai la sua voce. Egli garantisce così la sua fedeltà, ma chiede in cambio una risposta leale da parte del suo popolo: è la bozza di un patto d’alleanza reiterato, una promessa di Dio che implica l’impegno umano. Nel Vangelo, una novità che solo Gesù poteva proporre dopo aver rivelato un messaggio mai dato prima: il comandamento dell’amore: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Poi aggiunge: «Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Gesù vuole che la nostra carità fraterna superi quella dei pubblicani e dei pagani: se amate solo chi vi ama, quale ricompensa ne avete? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? «Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste». Nessuno può essere perfetto da solo, ma tutti possiamo, con l’aiuto della Grazia, tendere a quella perfezione che il buon Dio desidera per ciascuno di noi.
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[Ven 27] Commento: Và prima a riconciliarti poi torna ad offrire il tuo dono.

Essere giusti dinanzi a Dio significa tendere alla santità, aver conformato la propria vita alla sua volontà. Non può dunque trattarsi di un atteggiamento esteriore, di un’apparenza, di una formalità, di una bella maschera: tali atteggiamenti non sono graditi al Signore che scruta i cuori. Egli non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell’uomo: l’uomo guarda all’apparenza, ma lui guarda al cuore. Ricordiamo la povera vedova, di cui Gesù dice: «In verità io vi dico: ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Ricordiamo anche quando ci ammonisce: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume». Comprendiamo allora perché Gesù ci avverte: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Non soltanto la violenza è riprovevole, ma anche l’ira; non possiamo, non dobbiamo indulgere a quegli errori che siamo soliti definire veniali, come fossero di poco conto. L’amore a Dio e al nostro prossimo ci chiama alla perfezione. Non possiamo covare risentimento verso un fratello e andare a portare la nostra offerta all’altare: «Lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». E san Giovanni ci ricorda: «Se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi?».
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[Gio 26] Commento: Cercate, bussate vi sarà aperto.

La regina Ester diventa per noi modello di preghiera umile, perseverante e fiduciosa nel Signore: presa da un’angoscia mortale, chiamata a compiere un’impresa impari alle sue forze e sentendo incombere un pericolo mortale sul suo popolo, si prostrò a terra con le sue ancelle da mattina a sera e disse: «Tu sei benedetto, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, o Signore, perché un grande pericolo mi sovrasta. Poni sulle mie labbra una parola opportuna, volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza». Su questa scia, Gesù ci incoraggia: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto». Non dobbiamo mai dimenticare che il primo, insostituibile obiettivo della preghiera è che si compia in noi la santissima volontà di Dio. La preghiera deve poi sempre diventare motivo di gratitudine: «Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca». «Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!». C’è una imprescindibile condizione da rispettare: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».
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[Mer 25] Commento: Il segno di Giona.

Quando la fede è debole o totalmente oscurata dal male, quando si sperimenta la cecità spirituale, sorge la tentazione di chiedere, di credere e di sperare che un segno, un evento strepitoso, possa far nascere la fede. Gesù è il segno per eccellenza, la rivelazione del Volto di Dio: è sotto gli occhi dei suoi contemporanei, fa udire loro la Parola di verità; egli incarna la Parola, è la Verità. Compie segni e prodigi, ma la risposta dei suoi contemporanei è il livore, la trama di morte contro di lui. Perciò non può tacere la verità su coloro che per primi avrebbero dovuto riconoscerlo e accoglierlo: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione». Il segno di Giona è il preannuncio della morte e risurrezione del Signore, l’essere calato nel ventre della terra; ma è anche il segno che evidenzia la malvagità di coloro che lo hanno rifiutato e condannato, e che decreta un’irreparabile condanna se non sopraggiunge una vera conversione. I cittadini di Ninive credettero a Dio: bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli, e si impegnarono coralmente perché Dio fosse invocato con tutte le forze; ognuno si convertì dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che era nelle sue mani. «Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!». Al pentimento sincero e alla conversione, che Dio stesso suscita, lo sappiamo e lo sperimentiamo, segue sempre il perdono e l’assoluzione, perché il Signore è buono e grande nell’amore. È il segno indelebile della divina misericordia, è l’efficacia del segno della croce.
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[Mar 24] Commento: La mia parola diventa preghiera.

«Con la Parola del Signore furono fatti i cieli, col soffio della sua bocca tutto il loro ordinamento». Egli ha detto e tutto è stato fatto! Dice il Signore: «La mia parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». L’uomo vivrà di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Questa premessa ci serve per comprendere l’importanza e la sacralità della Parola di Dio, ma anche per ben considerare l’ammonimento che Gesù pone prima di suggerirci la sua preghiera: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate». San Benedetto esorta noi monaci dicendoci: «Mens nostra concordet voci nostrae» - la nostra mente sia in accordo con la nostra voce. Rivolgendoci al Padre, fonte di perenne amore, dobbiamo a nostra volta esprimere amore filiale, sentendoci veramente suoi figli e scoprendo il grande valore della nostra fraternità. Scopriamo poi la sapiente gerarchia dei valori: la santità del nome di Dio e l’adorazione, la lode e la gratitudine che gli sono dovute; l’avvento del suo Regno, che è l’adempimento del progetto divino nel tempo, tra noi e in noi, e nella beata eternità, a condizione che si compia in pienezza la santissima volontà divina. Nella seconda parte chiediamo che la potenza e la benevolenza di Dio ci soccorrano in tutte le nostre necessità: chiediamo il pane quotidiano, e non solo quello per le nostre mense; imploriamo dalla divina misericordia il perdono dei nostri debiti, come anche noi ci impegniamo a rimetterli ai nostri debitori, e la grazia per vincere le insidie del male. È la preghiera per eccellenza, ma è anche il migliore programma di vita per ogni cristiano, sicuramente un ottimo strumento per vivere santamente la quaresima.
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[Lun 23] Commento: Il giudizio finale.

Nel Vangelo di san Matteo, l’insegnamento di Gesù inizia con la proclamazione delle beatitudini. Nello spirito del Vangelo, le beatitudini non rappresentano il godimento egoistico delle ricchezze terrene, ma il saper condividere i doni con i fratelli nella ricerca della vera giustizia e della vera pace. Subito prima della sua Passione, alla fine della sua missione terrena, Gesù parla del giudizio finale: è la verifica di come abbiamo realmente vissuto sulla terra le beatitudini. Il giudizio finale non deve essere vissuto con il timore di trovarci di fronte a un tribunale severo, ma come la realizzazione, nella pienezza della vita divina, di ciò che abbiamo già voluto e desiderato sulla terra. Dio Padre sa guardare con affetto le debolezze dei suoi figli, se questi avranno dimostrato la capacità di vivere nell’amore e nella misericordia. Vivere le beatitudini significa essere veramente cristiani e saper porre Gesù al centro della nostra esistenza. Non possiamo però cercare Gesù nei nostri cuori, perché vi abiti con tutta la dolcezza del suo amore, se non siamo in grado di riconoscerlo nei nostri fratelli. La misura dell’amore che avremo saputo donare è quella che poi ci ritroveremo quando avremo la possibilità di vivere in Cristo la gloria che ci è predestinata. Leggiamo il brano della liturgia odierna con la vera speranza e la gioia di chi pone la propria esistenza nelle mani del Signore.
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[Gio 12] Vangelo: 1 Re 11, 4-13; Sal 105; Mc 7, 24-30.

In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: "Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Ma lei gli replicò: "Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli". Allora le disse: "Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia". Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n'era andato.
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[Dom 25] Commento: Convertiti per il Regno.

Isaia, con la sua verve poetica, ci reimmerge ancora nel clima natalizio: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia». San Paolo auspica che i fedeli di Corinto e tutti noi che celebriamo le sue parole, siano capaci di garantirsi luce e gioia, essendo unanimi nel parlare e senza divisioni. Gesù ci sollecita a una gioia più intensa e duratura, invita alla conversione perché il Regno dei cieli è vicino: vicino, ma ancora da costruire, e per questo Egli, che incarna in sé l’avvento del Regno, percorre tutta la Galilea insegnando nelle sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. Per insegnare e annunciare comincia a chiamare i primi collaboratori: mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due pescatori, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare, e disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Poi è la volta di Giacomo e Giovanni: li chiama ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. La Chiesa nasce missionaria e dovrà estendersi a tutto il mondo. L’eco del messaggio di Cristo dovrà crescere e svilupparsi fino a raggiungere gli estremi confini della terra. La verità piena, proclamata, testimoniata e diffusa, dovrà cancellare tutti gli errori e far risplendere nella luce vera dello Spirito Santo, la grazia divina che purifica e rinnova tutto. Così, nel riscatto e nella conversione, il Regno di Dio si affermerà ovunque, e il popolo che una volta camminava nelle tenebre vedrà una grande luce e brillerà nella fede e nella vera gioia in un incontro personale con Cristo, Luce del mondo.
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[Sab 24] Commento: «E' fuori di sé»

Gesù fa scandalo per purificare i cuori; Gesù penetra nelle coscienze in profondità per la salvezza; Gesù chiede una fede totale e completa affinché la fede si rafforzi; Gesù rende evidenti tutte le contraddizioni per sanarle. C’è chi si oppone in modo ipocrita e chiude il cuore a questa conversione, a questa fede, alla salvezza; c’è invece chi ha bisogno di maturare ancora la propria fede, chi deve compiere un cammino per arrivare alle verità profonde del messaggio di Gesù. I familiari più stretti di Gesù probabilmente appartengono a questa categoria: sono sinceramente preoccupati, non per loro stessi, ma perché si rendono conto che Gesù incontrerà sempre più difficoltà e problemi maggiori. Qualcuno di loro, forse chi lo conosce meglio, già percepisce che ciò procurerà a Gesù rifiuti e, forse, dolori e sofferenze. Non c’è in loro volontà di nuocere a Gesù; manca forse una fede completa, o la fede ragiona ancora con categorie umane e non divine. Ci sarà ancora un cammino da fare con Gesù, un cammino che porterà sotto la Croce ma che accompagnerà nella fede chi lo seguirà. È questa la lettura di un brano che sembra difficile: Gesù fa senz’altro scandalo, perché ogni messaggio di vero amore produce scandalo, ma è un invito a penetrare con fede nel suo Mistero più profondo.
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[Ven 23] Commento: Gesù chiama.

Chiama i Dodici, quelli che Egli volle e che avrebbero risposto alla sua chiamata andando da Lui. Affida loro, chiamandoli apostoli, compiti precisi: «perché stessero con Lui, per mandarli a predicare e con il potere di scacciare i demòni». Gli apostoli, alla scuola quotidiana del Maestro, in virtù dell’ufficio del sacerdozio, sono chiamati a essere testimoni speciali di Cristo in tutto il mondo. L’evangelista Marco scandisce i loro nomi per dirci che i Dodici, pur formando il primo nucleo dei seguaci, hanno ognuno una propria identità, accomunati soltanto nella felice comune sorte di poter condividere in modo del tutto speciale la missione del Maestro. Vuole ancora dirci che a quella prima chiamata ne sarebbero seguite innumerevoli altre nel corso dei secoli, con lo stesso compito di andare, annunciare e testimoniare, fino al martirio, la fede in Cristo, la sua redenzione e la sua gloriosa risurrezione. Un’altra verità è inclusa in quella scelta, in quella chiamata, in quella fedele sequela: l’annuncio del Vangelo, la diffusione e la crescita del Regno di Dio nel mondo sono affidati ancora a testimoni prescelti, capaci, perché irrorati dallo Spirito, di far pulsare nella fede il cuore stesso della Chiesa e di renderla così sacramento universale di salvezza. Tutto questo implica un coinvolgimento sempre più ampio: i Dodici diventeranno tutti i battezzati in Cristo, tutti impegnati per vocazione a diffondere e testimoniare le verità rivelate e la via per conseguire la meta, e fino al martirio. In una delle sue catechesi il Papa ha affermato: «Testimoniare Cristo è l’essenza della Chiesa che, altrimenti, finirebbe per essere solo una sterile “università della religione”, impermeabile all’azione dello Spirito Santo». Dobbiamo esserne testimoni.
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[Gio 22] Commento: Gesù insegna con “autorità”.

Era molto intenso e fecondo l’apostolato di Gesù con i suoi discepoli: Egli svela in crescendo la sua natura divina, la sua missione, i suoi poteri. Contrariamente agli scribi, ai farisei e ai sacerdoti del tempo, le folle rimangono affascinate dai suoi insegnamenti, «una dottrina nuova insegnata con autorità», non come la insegnavano i loro scribi, e poi dai suoi prodigi, dal suo potere taumaturgico: «quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo». Ricordiamo l’emorroissa. «Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: “Tu sei il Figlio di Dio!”; ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse». Gesù non vuole la testimonianza di Satana, nemico e mendace sin dal principio, ma gradisce quella che proviene dai cuori semplici della gente umile. Deve spesso sottrarsi alla calca della folla e rifugiarsi in luoghi solitari: «Egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero». Ci suscita nostalgia e rammarico, dopo aver letto episodi evangelici come questo, vedere ai nostri giorni le chiese vuote e le Messe domenicali con pochi fedeli. C’è da chiedersi se la causa non sia anche la mancanza di autorità e di santità da parte dei pastori di oggi. Chissà che Gesù non veda ancora la folla che vaga per le strade del mondo e si commuova per loro, vedendole come pecore senza pastore, e non si metta ad insegnare come ai suoi tempi, e non ci ripeta: «Abbiate fiducia, perché a suo tempo Egli vi manderà pastori per pascervi secondo il suo cuore». «La messe è molta, ma gli operai sono pochi: pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe».
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[Mer 21] Commento: Con il sasso e con la fionda!

Davide, fulvo, con begli occhi e bello di aspetto, a preferenza dei suoi fratelli tutti più vigorosi e appariscenti, viene scelto e unto re da Samuele. Subito deve affrontare una prova umanamente impari: un gigante guerriero dei Filistei, ritenuto imbattibile, lancia la sfida. Davide è un ragazzo, ma impavido dice: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta; io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno il Signore ti farà cadere nelle mie mani». E ancora: «Nessuno si perda d’animo. Il Signore mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». La fede rende Davide forte e sicuro: «Il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia». Probabilmente è lo stesso Davide che in un salmo canta al Signore: «Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre». Nel Vangelo è Gesù che, con fermezza e sapienza, sconfigge i soliti scribi e farisei: essi insistono sulla presunta violazione del giorno di sabato ed Egli li smentisce clamorosamente, prima con una domanda: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?», e poi, svelando e mortificando la loro cecità e durezza di cuore, dice all’uomo che aveva una mano paralizzata: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. La risposta assurda e maligna è indice di una inguaribile e ostinata cecità: i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire.
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[Mar 20] Commento: Gesù, Signore del Sabato.

Il riposo sabatico per gli ebrei derivava dal ricordo dell’uscita dall’Egitto, dal bisogno di un giorno di riposo dopo sei giorni di lavoro e, soprattutto, dal riposo di Dio nel settimo giorno della creazione. Dopo l’esilio esso fu considerato come segno dell’alleanza di Dio con il suo popolo: «Santificate i miei sabati, siano un segno tra me e voi, perché si sappia che sono io, il Signore vostro Dio». Possiamo quindi dire che, in parte, potrebbe apparire giustificato il rimprovero che i farisei muovono al Signore: «Guarda! Perché i discepoli fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Bisogna però porre subito attenzione all’entità del “reato” imputato ai discepoli: mentre camminavano tra i campi di grano, si misero a cogliere le spighe. Questo è il fatto che scandalizza i farisei, i quali, malignamente, assimilano il cogliere le spighe alla mietitura. Così comprendiamo che le leggi, anche quella del riposo sabatico, sono istituite a beneficio dell’uomo. Il Figlio dell’uomo è Signore, padrone, anche del sabato: Egli possiede autorità sovrana sull’uso che si fa del sabato, come dimostrano gli avvenimenti successivi, tra cui la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata proprio in giorno di sabato. È diventato proverbiale l’assumere atteggiamenti farisaici, cioè curare gli aspetti formali ed esteriori dimenticando ciò che davvero conta agli occhi di Dio, falsificando così lo spirito della legge. Gesù stigmatizza scribi e farisei definendoli «sepolcri imbiancati». Possiamo ingannare l’occhio umano, ma non l’occhio di Dio, che scruta e vede le profondità del nostro cuore: «L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». È la sapiente conclusione che ci offre Samuele e che deve illuminare tutti i nostri comportamenti.
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