Storia delle Case Chiuse
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Storia delle Case Chiuse

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Le Case Chiuse, i bordelli, i casini o in qualsiasi modo le si voglia chiamare, sono una parte importante della storia d'Italia, che ha lasciato tracce profonde nel Paese, sia sul piano sociale che culturale. Vivrete anticipazioni, scenari e atmosfere tratte dai tre libri Storia delle Case Chiuse, pubblicati dall'editore Angelo Pastrello di Editoriale Programma.
Editoriale Programma è una casa editrice trevigiana nata nel 2009, specializzata nella pubblicazione di libri di saggistica riguardanti vari argomenti che, dalle tematiche locali di varie regioni e città, ampliano il loro raggio a tutto il territorio italiano.
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Le Case Chiuse, i bordelli, i casini o in qualsiasi modo le si voglia chiamare, sono una parte importante della storia d'Italia, che ha lasciato tracce profonde nel Paese, sia sul piano sociale che culturale. Vivrete anticipazioni, scenari e atmosfere tratte dai tre libri Storia delle Case Chiuse, pubblicati dall'editore Angelo Pastrello di Editoriale Programma.
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Firenze, Casa chiusa Madame Saffo

Nei primi decenni del secolo scorso, il bordello più celebre di Firenze era all’ultimo piano di un palazzo di via Antinori. La maîtresse aveva un nome che evocava la poetessa greca musa dell’amore, appunto, saffico: Madame Saffo. La sua era una delle case chiuse più lussuose ed eleganti non solo d’Italia ma anche d’Europa e il periodo d’oro fu durante l’epoca fascista. Esiste un aneddoto particolare: era la metà degli anni Trenta e da lei veniva sempre uno scrittore famoso, che pagava profumatamente per salire in camera e far posizionare la ragazza nuda sulla sponda del letto con le gambe completamente divaricate. Poi per qualche minuto fissava la zona, la stessa che Gustave Courbet nel 1866 aveva ritratto in modo assolutamente perfetto intitolandola L’origine del mondo, poi con aria meditabonda sussurrava: “Accidenti! Più la guardo, meno ci capisco!”. Madame Saffo si dice che commentasse così: “Sarà strano finché volete ma gli è di molto filosofico!” Che quella casa chiusa fosse per personaggi anche intellettualmente attraenti lo si capisce dal fatto che era frequentata come un qualunque circolo da uomini del calibro di Eugenio Montale, Carlo Bo, Carlo Emilio Gadda e Indro Montanelli. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Firenze, Casa chiusa Villa Rina

A Villa Rina però succedevano anche cose strane. Questo è il racconto di un signore che ne fu un affezionatissimo e fedelissimo cliente: “In anni grami, passava in casino la politica, il fascismo e l’antifascismo. Il capitano Carità, un commerciante di radio di via Calzolai che si specializzerà in torture, era un assiduo. Ma assiduo era anche Paolo Pavolini, un partigiano che, più tardi diventerà una firma del giornalismo. Quando gli alleati si avvicinarono alla città e i tedeschi minarono tutti i ponti sull’Arno, la Rina dovette traslocare in casa di Pavolini che, intanto, aveva messo a punto un attentato: l’uccisione di un già corposo giovanotto che aveva avuto la debolezza di collaborare a un giornale repubblichino e che, oggi, sta nell’empireo dell’alta politica. Il commando avrebbe dovuto agire alle otto di mattina di un lunedì. Ma, nel mezzo, c’era la domenica e fu, nella casa di Pavolini trasformata in compiacente maison, una domenica di baldoria. Festeggiò anche il padrone di casa che avrebbe dovuto guidare il commando. E il lunedì mattina, non si svegliò. Un pezzo grosso della nostra Repubblica deve la vita all’umanissimo clima, alla deboscia di una casa di tolleranza, dove probabilmente lui non aveva mai messo piede”. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Prato, Casa chiusa il Carbonizzo - Toscana

A Prato i bordelli erano solo due, gestiti dalla Gina. La Gina andava nei suoi bordelli solamente per riscuotere: la gestione pratica era infatti delegata ad altre due maîtresse, che evidentemente godevano della sua incontrastata fiducia. Il suo giro d’affari era cospicuo: due case chiuse con circa cinque o sei ragazze per una, non erano business da poco, considerato che i maschi che le frequentavano erano qualche centinaia al giorno e si sa che mediamente una prostituta faceva quotidianamente dalle trenta alle cinquanta marchette. Per farle i conti in tasca basterebbe poco, ma non è carino. Se le signorine avevano gli stessi nomi evocativi che si trovavano in tutte le case chiuse d’Italia, al Carbonizzo ne passò una che lasciò una traccia indelebile nei ricordi dei pratesi e non solo per il suo nome, la Romanona, ma per il suo aspetto. Quello che era particolare era la sua mole: enorme, altissima, talmente grassa che era perfino impossibile abbracciarla. Eppure lei - che sembrava esser presa da un racconto di Hemingway e di Bukowski - era la più richiesta, forse anche per la curiosità. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Pistoia, la filastrocca - Toscana

Saltando con un balzo in avanti all’era moderna, i bordelli pistoiesi erano praticamente tutti in via Tomba, tanto che esiste una piccola filastrocca assai significativa che così recita: “In via Tomba si mangia, si beve e si tromba”. Era proprio quella la via deputata al piacere, perfetta per quello scopo, in quanto in pieno centro ma un poco defilata per non dare troppo nell’occhio. Erano queste case chiuse di media categoria, a prezzi contenuti e dalla clientela di medio livello, che piacevano anche ai soldati americani dell’immediato dopoguerra e a quelli del distretto militare di San Lorenzo oltre che ai militari della Gavinana, anche se si sa che nei bordelli andavano quasi tutti gli uomini per vari motivi. Come in tutte le case chiuse legalizzate, la visita medica era non solo obbligatoria ma era anche accurata. A Pistoia il medico deputato per questo era il dottor Landini, con studio in Via della Madonna 26, la cui targa sul muro riportava ‘Dermatologo’. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Siena, L’ordine costituito - Toscana

Era il 30 novembre 1641, ovvero l’ultimo anno in cui fu governatore della città, quando il principe Mattias de’ Medici fece affiggere quest’avviso, con le lettere ben in vista sotto lo stemma marmoreo della sua famiglia, all’inizio e alla fine di via Salicotto: “IL SER. PRINCIPE MATTIAS HA PROIBITO CHE NELLA STRADA MAESTRA DI SALICOTTO POSSIO ABITARE MERETRICI PENA DI CATTURA E ARBITRIO. Una decisione drastica dunque, perché evidentemente l’ordine, a chi faceva la vita, di andare a lavorare non in via Salicotto ma nei vicoli di Coda e del Vannello era stato disatteso e gli abitanti del rione erano piuttosto infuriati, tanto da dover ricorrere ‘all’ordine costituito’, una frase che rimanda inevitabilmente a Bocca di Rosa di De Andrè, che proprio di una di quelle cantava. Ma i residenti non riuscirono ad averla vinta: si mise in mezzo la Biccherna, ossia la magistratura finanziaria della repubblica senese, che decise che era “necessario per un buon governo che simili donne vi siano”. Insomma, ancora una volta viene dato per acquisito che la prostituzione fosse necessaria, quello che dirà più di tre secoli dopo un altro toscanaccio, cioè Indro Montanelli. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Siena, L’arresto - Toscana

Dal 1547, quando a Siena divenne governatore Diego Hurtado di Mendoza, diplomatico nonché fine scrittore, in città arrivarono anche le sue truppe spagnole, che per continuare l’allegra vita iberica si portarono appresso anche una notevole quantità di prostitute, le quali continuarono così la loro spregiudicata carriera di portatrici d’amore in città. Di loro c’è ancora il segno nella toponomastica nella centralissima contrada della Giraffa, come via delle Vergini - il cui nome sa tanto di presa in giro -, strada che unisce via Baroncelli al piccolo vicolo della Viola, che prende il nome da una celebre prostituta che aveva un rinomato bordello proprio in quella via, ma che circa due secoli dopo era conosciuto anche come vicolo del Buon Costume. Essendo le prostitute senesi un gran numero, vien da sé che dovevano esserci anche parecchie querelle sui clienti e sul come procurarsene di nuovo a scapito di altre meretrici. E difatti nel luglio del 1561 furono arrestate e finirono in carcere Presidia Dominici da Santa Fiora, Donna Maddalena e Caterina Guglielmi detta la Ciabattina, lavoratrici a San Marco, perché colpevoli di essere “entrate nel convento di Sant’Agostino e tentato commercio con i frati”. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Lucca, Palazzo Bocella - Toscana

Un altro antico e particolare bordello era vicino alla Madonna dello Stellario, precisamente negli scantinati di palazzo Bocella, uno storico edificio ora sede del museo di arte moderna, il L.U.C.C.A., con annesso ristorante. In questo luogo sono stati trovati reperti risalenti all’epoca romana e medievale e una piccola stanza, adibita a posto di guardia con una porta che dava direttamente su via del Fosso, nome derivante da un piccolo ruscello che scorre lì accanto, e due grandi pilastri affrescati da Agostino Ghirlanda. Questo pittore era un abile frescante e dopo il 1582 lavorò su varie facciate di palazzi signorili lucchesi, tra cui palazzo Bocella, dove evidentemente affrescò anche la parte sotterranea. Sono bei dipinti raffiguranti banchetti, donne molto ben agghindate, soldati dalla mascolinità evidente con alabarde e coppe di vino tra le mani, Bacco e satiri. I pilastri sono stati restaurati e le pitture sono visibili al pubblico. È altamente probabile che questo negli scantinati non fosse un vero e proprio bordello, ma comunque un posto dove i soldati di guardia potessero anche trastullarsi in piacevoli attività nelle tante ore che dovevano passare per fare il proprio lavoro. © Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Pisa, tutte fidanzate di un pilota

A raccontare com’era il mondo dei bordelli pisani in un’intervista di qualche anno fa, è un ragazzo classe 1937, Renzo Castelli, giornalista e scrittore molto noto in città: “Negli anni d’oro dei bordelli, il clima era ben diverso da quello di oggi. Il sesso era un vero e proprio tabù. La massima trasgressione era rappresentata dalle immagini illustrate di modelle in costume da bagno. Non dimentichiamo poi che l’influenza della Chiesa era fortissima, così come il senso del peccato, le case chiuse rappresentavano una scoperta. A Pisa, nei casini di via La Nunziatina, solo per entrare si pagava un ingresso di 50 lire. Molti erano i giovani che andavano lì, nel salottino di attesa, solo per vedere le ragazze discinte. Anche se il discinto di allora bisogna immaginarlo come nelle immagini della Roma di Fellini. Le donnine non erano mai nude ma sempre ornate di biancheria intima. Le ragazze poi, dicevano quasi tutte di essere fidanzate con un pilota morto. Il pilota andava per la maggiore, rendeva alla loro immagine quel senso di romanticismo. Leggevano tutte Liala. Qualcuno perdeva la testa per una di loro e la seguiva nei casini di tutta Italia sino a riuscire a sposarla. E spesso erano tra i matrimoni più riusciti”. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Pisa, casa chiusa Il Villino Rosa - Toscana

La fondò nel 1919 la Nerina, al secolo Clelia Croce, una donna buona che aiutava chi era in difficoltà facendo beneficenza, specialmente agli abitanti del quartiere di Sant’Andrea. Per incrementare i guadagni portati a casa dalle sue ragazze, quando cambiava la quindicina la Nerina le prendeva alla stazione e le faceva salire su una carrozza a cavalli aperta, con un vetturino vestito di tutto punto con tanto di bombetta. Questo tour pubblicitario passava per i lungarni e davanti al bar Pietromani, che all’epoca era frequentatissimo, creando confusione e aspettative pruriginose in tutti gli uomini e i ragazzi, perché la signora le sceglieva tutte giovani e belle, anche perché il suo bordello era di prima categoria, costosetto in realtà, ma offriva davvero il meglio che si potesse avere. Il Villino Rosa era frequentato da personaggi facoltosi, gente benestante e professionisti di ogni genere, ma anche da studenti con qualche soldo in tasca più degli altri. Questi giovanotti stavano ore lì dentro, non solo a guardare le ragazze ma anche a studiare e molte tesi di laurea sono state preparate proprio lì, tra una sveltina e un ammiccamento. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Livorno, Casa chiusa Madame Sitrì - Toscana

I clienti erano ricevuti in salottini privati, non c’era mai confusione per la scala, e nel salone c’erano gli affezionati, quelli che oltre a pagare le marchette, passavano il tempo giocando a carte. Non era posto da studentelli senza il becco di un quattrino. Negli anni Cinquanta i cadetti, ormai non più aristocratici e dai cognomi altisonanti come i loro predecessori ma dal fare decisamente più goliardico, scrissero sui muri dell’Accademia parecchie frasi su una certa Piera, una ragazza di Villa Sitrì: “Viva Piera!”, “Piera sei la fine del mondo” o ancora “La nostra nave scuola preferita si chiama Piera”. Se il comandante dell’Accademia fosse stato un altro, i cadetti sarebbero stati costretti a imbracciare cenci e ramazze e pulire barche, barchette e tutto quello che galleggiava per decenni. Invece furono fortunati, perché il comandante era Francesco Mimbelli, il quale oltre ad essere un gentiluomo, per di più decorato con medaglie d’oro e d’argento, era anche un personaggio speciale, a cui il senso della cosa non sfuggiva neanche un po’. Così, in abiti borghesi, andò da madame Sitrì per conoscere la famosa Piera, di cui i suoi allievi raccontavano meraviglie. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Livorno, Casa chiusa Sorelle Catarsi - Toscana

Quella delle sorelle Catarsi era di prima categoria, carissima e lussuosa, tra baldacchini e specchi, ori e velluti, saloni e salottini privati. È diventato leggenda un giovedì del 1917, quando Aimone di Savoia Aosta, il futuro re di Croazia e duca di Spoleto, arrivò all’ultimo anno di Accademia accompagnato proprio da loro. Preavvisata del regale cliente, Valenza si presentò in abito di gala, scollatissimo e con lo strascico. La casa tutta era preparata al suo arrivo: festoni tricolori per la scala, stemmi sabaudi, coccarde e pennacchi in ogni dove. Tutto un gran pavese in onore alla monarchia, ma non solo: appena il ragazzo entrò, partì il grammofono con la Marcia reale, le signorine, vestite per l’occasione, incedevano con passi sensuali e la Catarsi, inchinandosi a lui, pronunciò una frase storica e memorabile per i bordelli di tutt’Italia: “Benvenuto duca, casa Catarsi è fiera di ricevere casa Savoia”. Valenza e Gisella, amanti delle buone maniere e della monarchia, non amavano il fascismo, il fez, gli stivaloni e la luttuosa divisa d’orbace, anzi quando i gerarchi arrivavano da loro, li guardavano con un certo disprezzo, senza inchini e senza smancerie. ©Editoriale Programma - Alessandra Artale
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Bologna, Preservativi con il marchio del Duce - Veneto

Quasi sicuramente pochi sono al corrente che durante il periodo fascista il veneziano commendator Franco Goldoni (da cui si pensa derivi il termine veneto goldon per dire “preservativo”, anche se altri ritengono derivi dal fatto che molti preservativi arrivassero dall’America con marchio Gold One, altri ancora da altri termini) chiese aiuto al Duce, uomo noto anche per la sua sfrenata attività sessuale, per agevolare la documentazione idonea per aprire a Bologna la sua attività. Tra i vari prodotti come tettarelle per biberon, succhiotti per bambini, guanti chirurgici, figurava anche un prodotto un po’ anticonvenzionale, appunto il preservativo. In cambio gli fu imposto di inserire sul marchio di fabbrica l’aquila littoria e l’antico nome latino Habemus tutorem (abbreviato poi in Ha-Tu per esigenze commerciali). Nell’anno 1935 furono realizzati per la campagna d’Abissinia preservativi in lattice trattati con vulcanizzazione a caldo, pubblicizzata come molto resistente ai climi tropicali. I preservativi consegnati ai militari non potevano essere ceduti o venduti, ma usati solo dalla persona che li aveva ricevuti in dotazione. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Venezia, Ponte de la Donna Onesta - Veneto

Le leggende qui si sprecano. Due sono piuttosto maliziose: una narra che la struttura fosse destinata a crollare qualora vi fosse passata sopra una donna onesta... motivo per cui il ponte si trova ancora al suo posto, integro e sano. Poco distante c’è anche la faccia scolpita di una donna, incassata nel muro: il già nominato Tassini racconta di due uomini che passando da quelle parti disquisivano sulla mancata onestà del genere femminile e uno dei due, indicando la faccia, disse qualcosa sul fatto che quella era l’unica donna onesta esistente al mondo. Un’altra storia ancora lo associa all’abitazione di una meretrice lì nei dintorni: l’aggettivo onesta potrebbe riferirsi a lei come cortigiana intellettuale, oppure come prostituta discreta e dalle tariffe abbordabili. L’ultimo racconto, probabilmente il più attendibile, arriva da Iacopo Foscarini: abitavano nei pressi del ponte uno spadino e la sua bella moglie, della quale s’invaghì un patrizio che, cercando un modo per vederla, ordinò una spada al marito. In seguito, con la scusa di vedere la manifattura dell’arma, questi s’introdusse nella casa in assenza dello spadino per approfittare della consorte, ma piuttosto di perdere l’onore la donna preferì uccidersi proprio con la lama appena affilata. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Venezia, la Pierina - Veneto

Le case di tolleranza erano sempre operative nonostante la concorrenza e le più lussuose si trovavano, nei primi del Novecento, intorno alla Frezzeria e a San Fantin: nei racconti si distinguono dagli altri dalle fragranze, lavanda e bergamotto contro l’olezzo di sigarette e disinfettante che contraddistingueva le case di bassa lega. Tra i più famosi: la maison di Angelina De Franceschi, vicino al Bauer; il bordello della Maria Cita nel sotoportego vicino al Ponte delle Veste e la Pierina, riservato e discreto, situato nel sotoportego della Malvasia tra calle Fuseri e calle Goldoni: le prostitute di questo bordello erano molto disciplinate, tanto da farsi spesso confondere con le collegiali, e dopo la chiusura si recavano in gran segreto al Caffè Martini per qualche straordinario, accompagnate da magnaccia (riconoscibili da giacca scura, braghe bianche e scarpe di tela chiara) e tenutarie. Leonora, Vittoria, Berta, Amelia, Ines e le altre (questi i soprannomi da battaglia delle discinte frequentatrici) sedevano accavallando le gambe, fumavano e portavano i clienti nello stanzino dietro il locale per guadagnare le cinque o dieci lire della prestazione. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Venezia, Le Carampane - Veneto

Nel 1421, con l’indisturbato dilagare della sifilide, si decise di spostare l’attività di meretricio nelle case che il Comune aveva ereditato dalla famiglia Rampani - in una zona che comunque, in barba alle restrizioni, già pullulava di mamole (termine veneziano per “prostitute”) che adescavano in libertà per le strade. Il luogo divenne ben presto un vero e proprio distretto a luci rosse, chiamato le Carampane (da case dei Rampani, appunto), gestito un po’ come un’efficiente city lavorativa: molte prostitute facevano le pendolari, andando e venendo da casa a lavoro e viceversa, venivano mantenuti e regolarmente stipendiati i custodi a salvaguardia dell’ordine pubblico e delle signore, le case stesse si affittavano come un normale ufficio o negozio - cioè a prezzo ribassato poiché finalizzato alla mera attività commerciale, non a scopo abitativo. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Belluno - Veneto

Tutta questa zona abbondava di osterie e locande dove i visitatori, dopo avere placato il formidabile appetito sessuale, potevano recuperare le energie spese abbuffandosi con i piatti tipici che erano (e sono tuttora!) particolarmente gustosi e nutrienti. Se poi un cliente era timido poteva sempre fermarsi in osteria prima per scolarsi una grappa doppia, in modo da ottenere quel coraggio leonino necessario a superare il portone di zia Pina. Narra Peppino Zangrando, in un articolo sul Corriere delle Alpi del 2008 ricavato dal racconto di un ex giovane membro del club dei flanellati locali, che all’interno del postribolo, sul muro in fondo al corridoio di fronte all’entrata, campeggiava una citazione di sicuro non partorita dall’estro poetico di Manzoni o Leopardi, che metteva un certo terrore addosso. La frase riportava esattamente le seguenti parole: «Chi non ama pan, vin e f… Dio li castiga!». Le ragazze lavoravano quindici giorni, poi preparavano armi e bagagli e con un apposito taxi andavano in stazione per avviarsi a dare il cambio ad altre colleghe in altre case. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Belluno, Casa del Piacere della zia Pina - Veneto

La casa del piacere dove si sollazzava una parte degli uomini (mica tutti, ci mancherebbe!), nominata della zia Pina, si trovava ai primi del Novecento in via della Motta 17. La suddetta via diventò in seguito, nella parlata comune, via della Potta ed il punteggio diciassette per i vecchi giocatori di briscola nelle affumicate osterie mutò in «Dissete fa mona!». Poi il casino passò in zona Mezzaterra e qualcuno gli dedicò addirittura una cantata che iniziava così: «E in Mezzaterra l’è la zia Pina L’è la rovina di noi Alpin» La zia Pina svolgeva la sua rinomata attività in un’abitazione nella quale si entrava da un portone con borchie di metallo, dotato di spioncino per evitare spiacevoli visite. Proprio davanti all’edificio c’era un vespasiano dove i clienti all’uscita potevano cambiare l’acqua alle olive. Vicino al portone si trovava un altro ingresso che portava però nella casa della maîtresse. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, forse perché i bellunesi erano più vicini alle posizioni laiche che non a quelle ecclesiastiche, la presenza della casa di zia Pina non creava alcun problema, anzi costituiva un grande motivo de tegnerse in bon, insomma di orgoglio e di prestigio. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Verona, Bernardina Ferrarese - Veneto

Una testimonianza tragica parla di una famosa meretrice vissuta nel XVI secolo, forse la più ricca cortigiana della città, di nome Bernardina Ferrarese. Questa donna aveva guadagnato moltissimo dal suo mestiere e viveva nel lusso più sfrenato, addirittura pare che nel suo giardino ospitasse animali esotici di ogni genere; pare che “adottasse” diverse ragazze povere per iniziarle alla professione, ma trattandole male. Bernardina fu arrestata dalle autorità veneziane, le fu tagliato il naso e cavato un occhio, poi fu esposta al pubblico ludibrio e venne massacrata dal popolo, infine venne trasportata all’Ospedale di Pietà in fin di vita e lì morì. Bernardina, infatti, non pagava le tasse e non era nemmeno iscritta ai registri, quindi fu il Podestà a fare in modo che morisse nella più totale vergogna, in modo da potersi accaparrare tutte le sue ricchezze. Alla fine comunque non la spuntò del tutto: eccetto quanto dovuto per saldare le tasse a Venezia, il resto della sua eredità andò all’Ospedale di Pietà, luogo dov’era morta, come da legislazione prevista. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Verona, Machiavelli - Veneto

È ben noto che dal 1276 le prostitute esercitassero sotto gli arcovoli dell’Arena e ben presto quello fu il luogo dove vennero ghettizzate, l’unico in cui poter esercitare. Il grande Machiavelli, uomo di grande ingegno ma anche sessualmente molto attivo (lo conferma lui stesso), ci lascia un simpatico aneddoto a tema in una lettera privata indirizzata a Luigi Guicciardini, politico dell’epoca. «L’appetito era robusto», ribadisce senza remore il Machiavelli, tanto da farlo andare in fretta e furia con una donna in una stanza buia e mezza sottoterra che in realtà, quasi certamente, era un arcovolo dell’Arena ancora abitabile. Qui con grande frenesia si svolse il rapporto, alla fine del quale il nostro Niccolò prese un tizzone dal focolare e finalmente guardò la donna con la quale aveva giaciuto. A questo punto ebbe la sorpresa più sgradita di tutta la sua vita: si trattava di una vecchia brutta, sdentata e con la bocca storta, il suo alito puzzava come avesse mangiato un topo da fogna e aveva anche un notevole baffo. Quando si dice “mai comprare a scatola chiusa”! ©Editoriale Programma - Walter Basso
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Vicenza, Casino Villa Lola - Veneto

Nella prima metà del Novecento il quartiere Araceli, che nei secoli precedenti ospitava monasteri e chiese, venne pian piano lasciato da parte e finì nel più completo degrado. Qui, a nord-est del centro storico cittadino, si trovavano diverse case di tolleranza e abitazioni di prostitute di infima classe; era una zona che portava una nomea malfamata, ma subito dopo il secondo dopoguerra venne a poco a poco riqualificata. Il casino di lusso era invece Villa Lola , chiamata anche la Casa delle Bambole (un nome, un programma), situata nella strada Contrà Torretti di fronte all’attuale sede della Caritas: questa zona, un po’ defilata, vedeva sempre un gran viavai di uomini diretti quasi unicamente al lupanare. Nel secondo dopoguerra tuttavia pare che a un altro piano dello stesso edificio abitasse una terribile professoressa di matematica “vecchio stampo”, una donna di polso che era anche consigliera comunale per il Partito Socialista: ebbene, capitava spesso che i clienti impazienti sbagliassero campanello e suonassero il suo, ricevendo una scarica di meritati insulti laddove invece si aspettavano sorrisi e ammiccamenti. ©Editoriale Programma - Walter Basso
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